Good Luck - un racconto di Daniela Fabrizi
La Ragazza Europea ha i capelli lunghi e biondi ed è la seconda volta che mi sorride e mi
augura buona fortuna. A me piace moltissimo, mi piace da matti quando mi dicono così.
In più, lei sembra lo dica per farmi piacere. Io le capisco le persone, vivo sulla strada da
dieci anni e sette mesi. E’ l’unica cosa che mi sono imposto di contare: il tempo che vivo
così. Anzi, no, voglio ricordarmi anche la data dell’incidente, quando ho perso una fetta
della mia gamba destra che non tornerà più: tre anni e ventitrè giorni, o ventidue forse.
Voglio gustare ancora un attimo il suono delle sue parole, prima di risponderle:
“Non mi serve la fortuna, io ho Gesù”.
E’ vero, dall’incidente in poi ho smesso con l’alcol e con le droghe che riuscivo a procurarmi:
non roba buona, la roba buona non me la ricordo nemmeno, ma almeno mi aiutavano ad
arrivare a sera. Adesso a sera ci arrivo sempre, sto qui a dormire, a volte a Mission Beach,
a volte a Pacific Beach. San Diego è buona con chi vive per strada: non c’è gente cattiva
come a New York. Là avevo paura, una paura fredda come la notte sotto i lampioni, con
l’odore di quella carne arrostita e tagliata per strada da quel turco con gli occhi strabici
sulla Sesta. A volte me lo sognavo, il banchetto della carne e il suo odore, che mi toglieva
la fame invece di farmela venire. Però era un posto sicuro per passare la notte. Qui invece
la notte passa e il mattino arriva sempre, scintillante sulle onde dell’oceano. E io respiro
e mi guardo intorno: questa sabbia è mia al mattino e alla sera, questo mondo è mio quando
finisce il giorno e l’aria si dimentica i suoni della vita, i surf, gli ombrelloni, i frisbee e le ragazze.
L’oceano mi ha mandato un regalo ieri sera: una bella ragazza con cui ho dormito abbracciato.
Non una ragazza vera; una femmina di leone marino, con una peluria dorata e morbida su quel
grande corpo caldo. L’ho trovata qui a mezzanotte, sembrava morta sulla spiaggia. Non l’ho
vista subito; prima ho visto la mia coperta, quella che avevo regalato a Rich quando aveva
freddo per colpa dell’alcol. Sono sicuro che è la mia coperta, perché ha una striscia rossa di
vernice di una volta che l’ho dimenticata sotto una barca che stavano pitturando.
Tutto intorno alla mia coperta c’erano dei coni arancioni, a creare un grande cerchio sulla
sabbia, di quelli che la life guard mette per segnalare un buco, un ostacolo o dei lavori sulla
spiaggia. Mi sono avvicinato per vedere se c’era Rich, poi ho visto una testa strana che
spuntava dalla mia coperta: era il leone marino, con gli occhi chiusi, una creatura del mare
e del cielo dentro un telo da uomini. C’era un cartello, scritto a mano con un pennarello nero: “ I veterinari di Sea World sono stati avvisati e verranno appena possibile”.
Devono averlo messo ieri. Davvero, ho pensato che fosse morta. Per quello le ho messo
intorno al collo una collana di carta che ho trovato sulla spiaggia. Poi ho visto che respirava:
era un rantolo basso, lento, senza speranza. Mi sono sentito come quando mi è successo
l’incidente: che non c’era nessuno ad aiutarmi e che sarei morto da solo e non ero nemmeno
capace di piangere o gridare. Ma qualcuno c’era: Gesù mi ha salvato la vita, ha mandato una
persona che mi ha curato e fatto sentire al sicuro. Non voglio che questa ragazza muoia da
sola: mi sono steso accanto a lei, ho aggiustato la coperta, l’ho aiutata a liberarsi dal telo
quando si è agitata dalle convulsioni. Poi si è allontanata qualche metro da me, è andata
verso il muretto che delimita la spiaggia, verso la luce dei neon là in fondo. Si è mossa a fatica,
con la goffaggine di sempre sulla terra ferma, lei che conosce il velluto dell’acqua veloce sulla
pelle e le immersioni profonde e rapidissime. Ha vomitato, una roba verde, come se fosse stata avvelenata da qualcosa. Poi è tornata verso di me e verso la coperta e si è addormentata come
un bambino, anche se io di bambini non ne ho mai visti dormire. Mi sono appoggiato al suo dorso con
la testa, come se fosse un enorme cuscino e abbiamo respirato insieme, finalmente quieti, finalmente
sotto le stelle. Il cielo è più grande se si dorme da soli, ma diventa sacro se si muore un po’ insieme. Poi è venuta l’alba, che sembrava aspettare la Ragazza europea. E’ arrivata a piedi nudi, con le
infradito in mano e l’aria di chi aveva paura di sperare. Mi ha detto solo: “E’ vivo?” guardando la mia
ragazza sotto la coperta. “Certo che è viva, è una ragazza, ha dormito con me.” “Ero qui ieri pomeriggio,
l’ho vista arrivare sulla spiaggia, sono rimasta fino a notte. Ma non è venuto nessuno? E’ assurdo,
hanno detto che sarebbero venuti ad aiutarla…” Continua a ripetere che è assurdo, è assurdo, ma io
lo so che tutto questo ha un senso. A me ha fatto bene dormire con lei e lei era felice che io fossi qui. “Sono stato con lei tutta la notte. E’ stata male, ha avuto le convulsioni, ma ora dorme come un
bambino” - le dico. La Ragazza europea cambia espressione: smette di dire è assurdo è assurdo e mi
guarda con un grande sorriso. “ Tu non sai come sono felice che sei rimasto con lei tutta la notte.
Ero disperata ieri sera, non c’era più nessuno. E’ venuto un uomo a portare la coperta , ma poi se n’è
andato e sono rimasta sola con lei.”
“Sarà stato Rich. Questa coperta gliel’avevo regalata io.” “Era alto, con il viso molto rosso.” Allora era Rich di sicuro, le dico.
Poi smettiamo di parlare per tanto tempo, accarezziamo la testa della mia ragazza, che continua
a dormire e a respirare lenta, russando ogni tanto, come forse fanno anche i bambini. La spiaggia
cambia colore come ogni giorno: perde il rosa e l’umido dell’alba e si stende al primo sole per tornare
d’oro, più preziosa e meno nostra. E lì tornano anche le parole. La Ragazza europea guarda la collana
di carta e dice: “Dovremmo togliergliela prima che arrivino a prenderla.”.
“No, non la voglio svegliare.” Non voglio svegliarla ora che dorme al sicuro dalla morte.
Per una volta che la morte ha avuto paura di me. Ma la Ragazza europea mi guarda e quasi mi
ipnotizza: “Non devi svegliarla, la tagliamo. Hai un coltello?” E’ strano, non riesco a dirle di no, questa
in fondo è anche un po’ la sua ragazza, e a lei non piace con una collana di carta intorno al collo.
O forse pensa che dire ad alta voce “verranno a prenderla” serva a crederci davvero e a tenerla in vita.
Il Giornalista ha per volto una telecamera. Ci riprende da lontano, come se fossimo lebbrosi.
Gli dico: “Avvicinati, amico. Puoi riprenderla.” Ma lui sta sempre distante, usa lo zoom e dice: “Non siete autorizzati a toccarlo. E’ un animale protetto, non potete toccarlo. Non siete autorizzati. ” Si avvicina e si allontana. Si avvicina e si allontana. E’ biondo, pallido, con una coda di capelli
rassegnati sulla schiena. Io lo vedo subito: alla Ragazza europea questo tizio non piace e nemmeno
a me. Alla terza volta che dice la parola “autorizzati” lei alza la voce e gli dice tutto quello che pensa
dei veterinari di Sea World che non arrivano da ieri, delle guardie, della gente e delle leggi, che non
autorizzano ad aiutare chi non viene aiutato da nessuno. No, non ricordo le parole, ma eravamo in tre
contro uno che voleva farci del male e ci sentivamo forti, veri,vivi e insieme.
Il truck di Sea World è arrivato alle nove. La mia ragazza dormiva quando le hanno gettato sopra
la rete. Poi l’hanno capovolta, a pancia in su e lei ha smesso di agitarsi. L’hanno caricata sul piano
del truck e hanno aperto la gabbia, poi l’hanno spinta dentro, ma gentilmente. Io le ho parlato per
tutto il tempo, mentre lo facevano. Le ho parlato come ho fatto questa notte e lei conosce la mia
voce e ha avuto meno paura. La paura è una cosa strana che se qualcuno ti sta vicino ti passa, e la mia ragazza è stata con me fino al mattino.
La Ragazza europea parla con il Veterinario dal finestrino: parlano del “leone marino”, lei gli
chiede l’indirizzo e-mail. Lui è molto gentile, anche con me. Il Giornalista chiede al Veterinario
di fare un’ intervista, ma lui risponde che non può perdere tempo: forse anche a lui non piace
la parola “autorizzati”. Poi il truck parte e io so che le salveranno la vita.
Lo so perché gliel’ho salvata io, grazie a Gesù.
Restiamo io, la Ragazza europea e la mia coperta sulla sabbia di Mission Beach. Lei deve andare
ora e io la abbraccio per un attimo. Mi dice: “Posso offrirti il pranzo?” perché ha capito che non
ho molti soldi e mi dà dei dollari e continua a ringraziarmi. Le dico: “ La prossima volta che vieni
ti do una lezione di surf gratis.” Lei mi fa di nuovo un sorriso grande e mi dice ancora: “Good luck”.
Questa volta non le rispondo. Sono sicuro che lei lo sa già: di Gesù, intendo.
Sent: 16/8/2006
Il leone marino che avete aiutato era un maschio di 62 kg, molto malato. E’ sotto antibiotici,
ma in condizioni molto precarie. La terrò informata sull’evoluzione.
C.D.
Assistant Curator Mammals Sea World
Sent: 27/8/2006
Il leone marino ha risposto bene alla cura e ha ripreso, da due giorni, ad alimentarsi in modo
autonomo. Contiamo di poterlo riportare in mare nel prossimo futuro. Domani mattina sarete
in trasmissione su una rete televisiva locale. Spero che il suo soggiorno negli Stati Uniti sia
stato piacevole e che lei sia stata trattata bene.
C.D.
Assistant Curator Mammals Sea World
Sì, penso di sì.
Mi hanno trattata bene.
E ho anche avuto fortuna; se posso dire così.
Daniela Fabrizi