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Giovanni
Battistone, ultimo di una dinastia di palombari, suo nonno
e suo padre erano palombari, si immerge ancora con lo scafandro
all'età di settantasei anni, ma solo per dimostrazione,
ha lavorato per più di quarant'anni in diverse imprese
di lavori marittimi a La Spezia e a Genova, racconta:
"Ogni relitto ha una sua storia, questo vuol dire che
ogni nave affondata deve essere recuperata con una tecnica
particolare. Gli svariati metodi di recupero possono essere
seguiti singolarmente o combinati tra loro in funzione dello
stato del relitto, della sua posizione,della profondità,
dei mezzi a disposizione.
Ma alcune navi, creano difficoltà al di fuori dal comune,
talvolta imprevedibili, pare che non vogliano abbandonare
il fondo.
Queste operazioni sono in generale, lavori altamente in passivo,
malgrado l'ardore dimostrato per mesi, a volte per anni, dalle
squadre di recupero per arrivare alla conclusione.
In questi cantieri così ostili, il palombaro è
il più stressato, la fatica mista con l'insuccesso,
rovina il suo buon umore, lo rende taciturno e di giorno in
giorno diventa sempre più scontroso.
Quando si trova a bordo si limita alle parole necessarie per
il lavoro. Sul fondo è un monologo con la ferraglia,
quasi un'affare personale.
L'uomo non si muove più senza fatica ma riflette: un
relitto si rispetta, se non vuol emergere, bisogna analizzarne
le cause.
Insufficienza dei mezzi di recupero, difficoltà dovuta
alle correnti, alla mancanza di visibilità, un taglio
incompleto:è in presenza di queste difficoltà
che il palombaro deve dimostrare tutta la sua esperienza e
capacità, la riuscita non dipende
che da lui.
Molti cantieri di recupero del dopoguerra, sono rimasti nella
memoria di molti uomini che ci lavorarono, per i rischi ai
quali si erano esposti al fine di sottrarre al mare le navi
inghiottite.
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Ad
esempio non mi dimenticherò mai quella volta che mi trovai
in seria difficoltà a causa del berrettino rosso, che
si porta sotto l'elmo: mi scivolò sugli occhi impedendomi
di vedere qualunque cosa e, come capita in queste circostanze,
proprio quella volta ero sceso da solo ad una profondità
superiore a quella abituale e non potevo essere recuperato perché
mi trovavo all'interno del relitto.
Con le mani avanti e a carponi riuscii a guadagnare l'uscita
seguendo la manichetta dell'aria che mi legava all'esterno.
Da quel giorno il berrettino lo indosso solamente quando mi
trovo a bordo e senza il casco.
Dino Passeri , che è a capo dell' 'impresa di
lavori subacquei "DRAPHINESUB" di Genova da molti
anni racconta:
"Quando eravamo a lavorare nei cantieri di recupero, o
per demolire vecchi cassoni o altro,spesso si facevano esplodere
delle cariche sott'acqua.
Non era come oggi e la vita umana non era salvaguardata come
avrebbe dovuto essere.
Non era quindi raro che prima di far esplodere le cariche si
contassero velocemente i palombari che erano a bordo e poi,
si procedesse senza alcun altro controllo alle esplosioni, purtroppo
non sempre si aveva contato giusto e non pochi erano stati dimenticati
nell'acqua, con le conseguenze che si possono immaginare!
Allora per agevolare il compito di quelli che dovevano controllare,
si impose ai palombari e solo a loro, di utilizzare un berretto
di colore rosso
Indossare il berretto rosso a bordo era
diventato il sistema che ci salvava la vita.
Fulvia Rescazzi. |