Fotografia subacquea e non solo...
Not just underwater photography...
by STEFANO CALCABRINI
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Da allora cominciarono a chiamarli:
Gli uomini dal berrettino rosso

Giovanni Battistone, ultimo di una dinastia di palombari, suo nonno e suo padre erano palombari, si immerge ancora con lo scafandro all'età di settantasei anni, ma solo per dimostrazione, ha lavorato per più di quarant'anni in diverse imprese di lavori marittimi a La Spezia e a Genova, racconta:
"Ogni relitto ha una sua storia, questo vuol dire che ogni nave affondata deve essere recuperata con una tecnica particolare. Gli svariati metodi di recupero possono essere seguiti singolarmente o combinati tra loro in funzione dello stato del relitto, della sua posizione,della profondità, dei mezzi a disposizione.
Ma alcune navi, creano difficoltà al di fuori dal comune, talvolta imprevedibili, pare che non vogliano abbandonare il fondo.
Queste operazioni sono in generale, lavori altamente in passivo, malgrado l'ardore dimostrato per mesi, a volte per anni, dalle squadre di recupero per arrivare alla conclusione.
In questi cantieri così ostili, il palombaro è il più stressato, la fatica mista con l'insuccesso, rovina il suo buon umore, lo rende taciturno e di giorno in giorno diventa sempre più scontroso.
Quando si trova a bordo si limita alle parole necessarie per il lavoro. Sul fondo è un monologo con la ferraglia, quasi un'affare personale.
L'uomo non si muove più senza fatica ma riflette: un relitto si rispetta, se non vuol emergere, bisogna analizzarne le cause.
Insufficienza dei mezzi di recupero, difficoltà dovuta alle correnti, alla mancanza di visibilità, un taglio incompleto:è in presenza di queste difficoltà che il palombaro deve dimostrare tutta la sua esperienza e capacità, la riuscita non dipende che da lui.
Molti cantieri di recupero del dopoguerra, sono rimasti nella memoria di molti uomini che ci lavorarono, per i rischi ai quali si erano esposti al fine di sottrarre al mare le navi inghiottite.

Ad esempio non mi dimenticherò mai quella volta che mi trovai in seria difficoltà a causa del berrettino rosso, che si porta sotto l'elmo: mi scivolò sugli occhi impedendomi di vedere qualunque cosa e, come capita in queste circostanze, proprio quella volta ero sceso da solo ad una profondità superiore a quella abituale e non potevo essere recuperato perché mi trovavo all'interno del relitto.
Con le mani avanti e a carponi riuscii a guadagnare l'uscita seguendo la manichetta dell'aria che mi legava all'esterno. Da quel giorno il berrettino lo indosso solamente quando mi trovo a bordo e senza il casco.


Dino Passeri , che è a capo dell' 'impresa di lavori subacquei "DRAPHINESUB" di Genova da molti anni racconta:
"Quando eravamo a lavorare nei cantieri di recupero, o per demolire vecchi cassoni o altro,spesso si facevano esplodere delle cariche sott'acqua.
Non era come oggi e la vita umana non era salvaguardata come avrebbe dovuto essere.
Non era quindi raro che prima di far esplodere le cariche si contassero velocemente i palombari che erano a bordo e poi, si procedesse senza alcun altro controllo alle esplosioni, purtroppo non sempre si aveva contato giusto e non pochi erano stati dimenticati nell'acqua, con le conseguenze che si possono immaginare!
Allora per agevolare il compito di quelli che dovevano controllare, si impose ai palombari e solo a loro, di utilizzare un berretto di colore rosso… Indossare il berretto rosso a bordo era diventato il sistema che ci salvava la vita.

Fulvia Rescazzi.