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Il
mare è agitato ma limpido.
Decido per un'escursione
con maschera e pinne, armato della macchinetta fotografica
subacquea usa e getta, alla ricerca di fondali e organismi
interessanti. Sono con un paio di amici, che entrano in mare
prima di me.
L'intenzione è quella di raggiungerli dopo qualche
minuto, ma le onde sono alte e quando finisco la "vestizione"
ed entro in acqua non li vedo più.
Pazienza, mi dico, andrò per conto mio.
Il fondale, fino ai due/tre metri di profondità, è
abbastanza vario e ricco di vita. Vedo parecchie scarpene
brune (o scorfanotti? non so quale sia la differenza), branchi
di piccole salpe, saraghi a non finire, mormore, le solite
castagnole, ecc.
I miei amici, più tardi, mi diranno
di aver visto una murena e alcuni piccolissimi barracuda (fortunati!).
Ma io sono affascinato dalla distesa di sabbia che si spinge
verso il largo.
Non ho boa di segnalazione, ma c'è un movimento di
barche molto scarso, perciò punto decisamente verso
il largo assaporando quel gusto di adrenalina che mi viene
ogni volta che sono in acqua alta da solo e senza il fucile
(la classica, inconscia, paura degli squali...).
Vado, vado e vado.
Il fondale è di una monotonia unica. Speravo di incrociare
qualche banco di scogli, qualche piccola secca, ma niente
da fare.
Però l'acqua è talmente cristallina, e la sabbia
sotto di me talmente chiara, che ne resto quasi ipnotizzato
e continuo a nuotare, a fare prove di apnea sempre più
lunghe.
Passano altri minuti, e finalmente vedo qualcosa.
Come un essere angelico di un altro pianeta, sotto di me nuota
una piccola razza, una Dasyatis pastinaca. Bellissima! Vederla
nuotare con quella leggerezza e quel "battito d'ali"!
Uno spettacolo!
Sono emozionato, perché nel "mio" Golfo,
su nel profondo nord, non ho mai visto nulla del genere. Mi
sovviene di aver sentito da qualche parte che le razze possiedono
un aculeo velenoso, ma scarto la notizia come leggenda metropolitana
(tipo il morso velenoso delle murene).
Scendo a vederla da vicino.
Sono dieci/undici metri di profondità.
La fotografo. E' stupenda. E poi non ha paura.
Mi vien voglia di giocarci, di accarezzarla....
Il tutto avviene in un momento: la mia mano sinistra che la
tocca, un guizzo improvviso della sua coda, un'esplosione
di dolore al dito indice.
Riemergo sconvolto: il mio unico pensiero (che in dialetto
triestino suona molto bene) è: "e qua go fatto
una monada!".
Il dolore è lancinante, insopportabile. Mi guardo il
dito: nella seconda falange c'è uno squarcio di poco
più di un cm, ma è profondo e la pelle attorno
sembra letteralmente "esplosa". Esce sangue, ne faccio uscire anch'io il più possibile
succhiando e sputando. Il dolore è passato a tutta
la mano, ed è qualcosa di indescrivibile.
Alzo
lo sguardo. La costa è lontanissima (o per lo meno
così mi sembra).
Cerco
di calmarmi.
Sarà quel che sarà,mi dico.
Tolgo la maschera, mi metto a dorso e comincio a pinneggiare
lentamente verso riva.
Impiego più di dieci minuti a tornare.
I miei amici sono già fuori, mi aspettavano preoccupati
assieme alle loro mogli.
Mi distendo sulla spiaggia reggendomi il braccio che si sta
intorpidendo.
Sulle prime non capiscono cosa sia successo, poi glielo spiego
e si danno subito da fare.
Chiamano col cellulare per sapere
dove sia la più vicina guardia medica,e andiamo verso
la macchina (altri dieci minuti a piedi).
La mano ed il braccio, intanto, stanno diventando bluastri.
Montiamo in macchina.
Nei cinque minuti impiegati a raggiungere la guardia medica
vado in quello che credo sia stato un bello shock anafilattico. Sento un formicolio ai muscoli delle braccia, che si irrigidiscono
come se avessi il tetano, i gomiti si piegano a 90° e
le mani si raggrinziscono: non posso più muoverle.
Dopo un attimo, stessa cosa anche alle gambe. Arriviamo alla
guardia medica proprio mentre comincio a sentire lo stesso
formicolio anche nei muscoli addominali.
Più tardi il cugino di mia moglie (seduto in macchina
dietro di me) mi dirà che se la stava facendo sotto
dalla paura solo al sentirmi respirare.
Gli infermieri mi caricano di peso sul lettino.
Mano nell'acqua calda (molto calda), due iniezioni di cortisone
ad una decina di minuti l'una dall'altra, e alcune gocce di
quello che mi dicono essere un siero antiveleno. Il tutto
ha un effetto immediato. I muscoli si rilassano, il mio respiro
torna normale, il dolore si attenua.
Mi spalmano la mano di altro cortisone, poi la fasciano.
Dopo mezz'ora sono fuori, con l'unica raccomandazione di non
stare sotto il sole e non bagnare la medicazione.
Torniamo in spiaggia, dove mia moglie mi aspetta in ansia.
La tranquillizzo. Il pericolo è passato.
E' finito tutto bene, anche se i segni di quest'avventura,
sotto forma di una lesione al tendine del dito indice (che
appena dopo due o tre anni ho ricominciato a poter muovere
quasi normalmente), li porterò per sempre.
Soprattutto porto con me l'insegnamento di non affrontare
il mare con leggerezza, di documentarmi meglio, di non correre
rischi inutili, di avere maggior rispetto.
Andrea Prodan |