Fotografia subacquea e non solo...
Not just underwater photography...
by STEFANO CALCABRINI
HOME GALLERIES GREAT PHOTOGRAPHERS SEA STORIES SEND eCARD ABOUT ME FORUM NEWS LINK
Sardegna - Costa Rei, "Scoglio di Peppino"
Il mio primo incontro con la Dasyatis pastinaca
Estate 2000

Il mare è agitato ma limpido.
Decido per un'escursione con maschera e pinne, armato della macchinetta fotografica subacquea usa e getta, alla ricerca di fondali e organismi interessanti. Sono con un paio di amici, che entrano in mare prima di me. L'intenzione è quella di raggiungerli dopo qualche minuto, ma le onde sono alte e quando finisco la "vestizione" ed entro in acqua non li vedo più. Pazienza, mi dico, andrò per conto mio. Il fondale, fino ai due/tre metri di profondità, è abbastanza vario e ricco di vita. Vedo parecchie scarpene brune (o scorfanotti? non so quale sia la differenza), branchi di piccole salpe, saraghi a non finire, mormore, le solite castagnole, ecc.
I miei amici, più tardi, mi diranno di aver visto una murena e alcuni piccolissimi barracuda (fortunati!).
Ma io sono affascinato dalla distesa di sabbia che si spinge verso il largo. Non ho boa di segnalazione, ma c'è un movimento di barche molto scarso, perciò punto decisamente verso il largo assaporando quel gusto di adrenalina che mi viene ogni volta che sono in acqua alta da solo e senza il fucile (la classica, inconscia, paura degli squali...). Vado, vado e vado.
Il fondale è di una monotonia unica. Speravo di incrociare qualche banco di scogli, qualche piccola secca, ma niente da fare. Però l'acqua è talmente cristallina, e la sabbia sotto di me talmente chiara, che ne resto quasi ipnotizzato e continuo a nuotare, a fare prove di apnea sempre più lunghe.
Passano altri minuti, e finalmente vedo qualcosa.
Come un essere angelico di un altro pianeta, sotto di me nuota una piccola razza, una Dasyatis pastinaca. Bellissima! Vederla nuotare con quella leggerezza e quel "battito d'ali"!
Uno spettacolo!
Sono emozionato, perché nel "mio" Golfo, su nel profondo nord, non ho mai visto nulla del genere. Mi sovviene di aver sentito da qualche parte che le razze possiedono un aculeo velenoso, ma scarto la notizia come leggenda metropolitana (tipo il morso velenoso delle murene). Scendo a vederla da vicino.
Sono dieci/undici metri di profondità. La fotografo. E' stupenda. E poi non ha paura.
Mi vien voglia di giocarci, di accarezzarla....
Il tutto avviene in un momento: la mia mano sinistra che la tocca, un guizzo improvviso della sua coda, un'esplosione di dolore al dito indice.
Riemergo sconvolto: il mio unico pensiero (che in dialetto triestino suona molto bene) è: "e qua go fatto una monada!".
Il dolore è lancinante, insopportabile. Mi guardo il dito: nella seconda falange c'è uno squarcio di poco più di un cm, ma è profondo e la pelle attorno sembra letteralmente "esplosa". Esce sangue, ne faccio uscire anch'io il più possibile succhiando e sputando. Il dolore è passato a tutta la mano, ed è qualcosa di indescrivibile. Alzo lo sguardo. La costa è lontanissima (o per lo meno così mi sembra). Cerco di calmarmi.
Sarà quel che sarà,mi dico. Tolgo la maschera, mi metto a dorso e comincio a pinneggiare lentamente verso riva. Impiego più di dieci minuti a tornare. I miei amici sono già fuori, mi aspettavano preoccupati assieme alle loro mogli. Mi distendo sulla spiaggia reggendomi il braccio che si sta intorpidendo. Sulle prime non capiscono cosa sia successo,
poi glielo spiego e si danno subito da fare.
Chiamano col cellulare per sapere dove sia la più vicina guardia medica,e andiamo verso la macchina (altri dieci minuti a piedi). La mano ed il braccio, intanto, stanno diventando bluastri.
Montiamo in macchina. Nei cinque minuti impiegati a raggiungere la guardia medica vado in quello che credo sia stato un bello shock anafilattico. Sento un formicolio ai muscoli delle braccia, che si irrigidiscono come se avessi il tetano, i gomiti si piegano a 90° e le mani si raggrinziscono: non posso più muoverle. Dopo un attimo, stessa cosa anche alle gambe. Arriviamo alla guardia medica proprio mentre comincio a sentire lo stesso formicolio anche nei muscoli addominali.
Più tardi il cugino di mia moglie (seduto in macchina dietro di me) mi dirà che se la stava facendo sotto dalla paura solo al sentirmi respirare. Gli infermieri mi caricano di peso sul lettino. Mano nell'acqua calda (molto calda), due iniezioni di cortisone ad una decina di minuti l'una dall'altra, e alcune gocce di quello che mi dicono essere un siero antiveleno. Il tutto ha un effetto immediato. I muscoli si rilassano, il mio respiro torna normale, il dolore si attenua. Mi spalmano la mano di altro cortisone, poi la fasciano. Dopo mezz'ora sono fuori, con l'unica raccomandazione di non stare sotto il sole e non bagnare la medicazione. Torniamo in spiaggia, dove mia moglie mi aspetta in ansia. La tranquillizzo. Il pericolo è passato. E' finito tutto bene, anche se i segni di quest'avventura, sotto forma di una lesione al tendine del dito indice (che appena dopo due o tre anni ho ricominciato a poter muovere quasi normalmente), li porterò per sempre. Soprattutto porto con me l'insegnamento di non affrontare il mare con leggerezza, di documentarmi meglio, di non correre rischi inutili, di avere maggior rispetto.

Andrea Prodan